il Multilinguismo


 Chi parla una lingua minoritaria storica è, quasi sempre, un multilingue. 

 

Quali sono le caratteristiche del multilinguismo? Come influenzano lo sviluppo del bambino? Creano vantaggi -o svantaggi- nell'apprendimento? 

 

Questo spazio vuole rispondere a queste ed altre domande grazie al prezioso aiuto di due giovani logopediste del pinerolese e alla pubblicazione di una serie di riferimenti ad articoli e documenti che riguardano il multilinguismo, con specifico riferimento alle lingue di minoranza.


Lo Sportello Linguistico Pinerolese 
per la Tutela e la Valorizzazione
delle Lingue Storiche Minoritarie

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È difficile dare una definizione di multilinguismo in quanto è un fenomeno multidimensionale, tuttavia in letteratura sono presenti diverse classificazioni , ognuna delle quali si basa su criteri differenti. Tra queste, la classificazione in base all’età prevede una distinzione tra:
  • Multilinguismo precoce e simultaneo: le diverse lingue sono presenti dalla nascita o dai mesi immediatamente successivi alla nascita;
  • Multilinguismo precoce e consecutivo: le lingue diverse dalla prima lingua sono introdotte dopo i 3 anni di età; 
  • Multilinguismo tardivo: il contatto con le altre lingue avviene dopo i 6-8 anni.

La classificazione secondo l’ambiente di appartenenza prevede una distinzione tra:
  • Multilinguismo equilibrato, quando i bambini sono esposti alle diverse lingue per periodi di tempo simili, dunque il loro sviluppo sarà equivalente.
  • Multilinguismo dominante, ovvero i bambini sono esposti ad una lingua per un tempo maggiore rispetto alle altre, perciò questa sarà prevalente.
Il multilinguismo non crea confusione nel bambino (Paradis et al, 2000; Vihman, 1998; Lanza, 1997), infatti i fenomeni di bilingual code-mixing, ovvero l’uso nello stesso discorso di elementi linguistici appartenenti a lingue diverse, sono da considerarsi una risorsa comunicativa che può servire per sopperire a lacune linguistiche presenti in una delle lingue:

“Mamma io adesso vado alla esquela, tu vai a lavorare” (Carolina, 36 mesi)

La domanda più frequente che ci si pone è: “I bilingui apprendono il linguaggio più tardi rispetto ai monolingui?”. La risposta è “No!”. Infatti, l’unico aspetto del linguaggio che può evolversi più lentamente nei casi di multilinguismo è la ricchezza del vocabolario in ciascuna lingua (Nicoladis e Genesee, 1996; Umbel et al., 1992). Tuttavia, possono esserci differenze legate al grado di dominanza di una lingua sulle altre, e questo capita molto spesso, quindi maggiori sono gli stimoli ricevuti in una determinata lingua, maggiori saranno le competenze linguistiche relative ad essa.

Il multilinguismo non rappresenta di per sé la causa di disturbi o ritardi del linguaggio nel bambino. il disturbo del linguaggio è un fenomeno complesso in cui concorrono diversi fattori valutati da personale esperto, quale il Logopedista; in ogni caso, in situazioni di multilinguismo, la soluzione non è mai l’esposizione esclusiva ad una sola lingua. Inoltre se questa non è la lingua madre del genitore, egli non potrà offrire un modello linguistico corretto, peggiorando le eventuali difficoltà già presenti.


Le Logopediste Gloriana La Grotteria (cell.: 3482221389)
e Chiara Trucco (cell.: 3394380369)
e-mail: sos.scuola@virgilio.it

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 Siti che si occupano di multilinguismo:

Articoli sui risultati di uno studio condotto in Scozia e Sardegna su bambini bilingui:
Studi e ricerche sul bilinguismo infantile:
Dossier sul multilinguismo curati da logopedisti ed esperti:
  • Bilingui e contenti: crescere parlando più di una lingua. IT

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    Per bilinguismo si intende la capacità di una persona di comunicare in due lingue; dal momento che il dialetto è definito come varietà di una lingua con caratteristiche distinte, così come le lingue minoritarie che hanno peraltro ottenuto un riconoscimento ed una tutela ufficiali, il termine multilinguismo può senz’altro riferirsi ad una situazione in cui sono coinvolte più lingue o dialetti e più persone che, per mezzo di questi, intrattengono rapporti interpersonali. Vengono infatti definite lingue tutti i sistemi di comunicazione verbale che le diverse comunità umane, gruppi o sotto-gruppi di individui, usano per trasmettersi e scambiarsi informazioni (Romano A., 2010).

    Per queste ragioni parlando di multilinguismo non è necessario distinguere il dialetto dalla lingua minoritaria ufficialmente riconosciuta, poiché in entrambi i casi ci troviamo comunque di fronte a sistemi linguistici a tutti gli effetti, con caratteristiche ben codificate. In realtà in certe circostanze sarebbe meglio parlare, invece che di multilinguismo, di diglossia, ovvero la situazione in cui alle lingue parlate viene attribuito un differente valore di prestigio, per cui la lingua nazionale assumerebbe un valore più alto rispetto al dialetto, altrimenti definito in questi contesti basiletto.
    Ad ogni modo, fatta questa premessa, i risultati degli studi internazionali in merito alle conseguenze evolutive del multilinguismo possono essere indubbiamente generalizzati alle situazioni in cui alla lingua nazionale ufficiale si affiancano dialetti e lingue minoritarie.
    A questo proposito è stato affermato da importanti ricercatori esperti in questo campo, quali Paradis, Bauer e Stern, che il multilinguismo rappresenta una risorsa cognitiva importante, addirittura un fattore protettivo per i deterioramenti cognitivi, come ad esempio la demenza, poiché offre l’opportunità di consolidare ed affinare le proprie abilità attentive, di memoria, di discriminazione percettiva, di ragionamento metafonologico e metalinguistico, di elaborazione rapida processuale per il passaggio da un codice all’altro, di predisposizione per l’apprendimento di nuove lingue. Costituisce inoltre un arricchimento riflessivo (attitudine a considerare un fatto da diversi punti di vista), sociale e culturale (“Natale” e “Noël” non sono solo due parole che esprimono lo stesso concetto, ma sono legate a tradizioni culturali diverse).
    Tuttavia, dalla letteratura si deduce che debbano sussistere alcuni presupposti essenziali affinché ci sia la possibilità di vedersi realizzate nel migliore dei modi le abilità sopra descritte, ovvero è auspicabile che di per sé l’individuo sia dotato di un’adeguata funzionalità cognitiva e linguistica, che disponga di ottimi modelli linguistici da cui apprendere, che sappia padroneggiare bene tutte le lingue a cui è esposto, e soprattutto che la seconda lingua introdotta sia accettata con favore dalla sua società, altrimenti il bilinguismo si trasformerebbe in elemento di isolamento e discriminazione sociale.
    L’esposizione precoce al bilinguismo è la situazione ideale per costruire in modo solido il sistema linguistico del bambino, purché questa esposizione si mantenga negli anni in entrambe le lingue; nella maggior parte dei casi accade che una delle lingue diventi col tempo predominante sulle altre, ed è pressoché normale, ma eliminare totalmente una tra quelle a cui il bambino è sempre stato esposto potrebbe diventare rischioso per il consolidarsi del suo sistema linguistico. Esporre il proprio figlio al bilinguismo non significa insegnare a denominare oggetti in due lingue diverse, ma bisogna considerare tutta una serie di aspetti socio-culturali non indifferenti che è indispensabile non tralasciare, come ad esempio il contesto sociale da cui la lingua si è originata e la cultura tradizionale ad essa legata, per meglio interpretare le sue varie sfaccettature.
    Come abbiamo già detto, è vero che il multilinguismo offre l’opportunità di potenziare determinate abilità in modo diverso rispetto a quanto può avvenire nell’esperienza del monolingue, ma è fondamentale che il bambino venga opportunamente guidato in questo processo. Il bambino deve poter godere di ineccepibili modelli linguistici (non si può pretendere che sviluppi adeguatamente il codice del piemontese da un parlante ligure, per esempio) e deve imparare a gestire le competenze comunicativo-linguistiche nella decisione del miglior registro e codice in suo possesso da usare a seconda del contesto.
    Per questo promuovere le lingue tradizionali non può voler dire trascurare la lingua nazionale, anche perché quest’ultima è la lingua degli apprendimenti, ovvero quella che deve essere padroneggiata in tutta la carriera scolastica e lavorativa.
    Solo nel caso in cui l’esposizione alla lingua degli apprendimenti ed al dialetto o seconda lingua sia stata condotta in modo equilibrato ed adeguato, il bambino, a patto che non sia predisposto a sviluppare disturbi di linguaggio o dell’apprendimento, potrà probabilmente beneficiare di buone risorse cognitive che, presumibilmente, influiranno in modo positivo anche sull’alfabetizzazione. Ovviamente bisogna tenere in considerazione una costellazione di altri fattori che fanno parte della variabilità intersoggettiva ed ambientale, ma sarà l’esperto ed il professionista sanitario ed educativo a valutare il quadro globale, e comunque anche in presenza di disturbi specifici del linguaggio la soluzione non sarà l’abolizione del bilinguismo, così come non ne rappresenta la causa. È tuttavia possibile che il bambino subisca un rallentamento nell’acquisizione dei codici linguistici a cui è esposto, soprattutto per quel che riguarda il vocabolario, per cui il lessico potrebbe risultare “povero” in entrambe le lingue poiché il bambino dovrà compiere un complesso processo di elaborazione ed organizzazione dei sistemi linguistici a sua disposizione.
    E se il bambino viene esposto maggiormente al dialetto piuttosto che alla lingua degli apprendimenti? In questo caso dovrà essere proposto un modello linguistico italiano adeguato in modo tale da garantire il successo scolastico; la lettura di libri di narrativa (non il racconto orale di storie!) da parte del genitore nei confronti del bambino può senz’altro favorire la conoscenza strutturale della lingua italiana.
    Infine, il linguaggio è un mezzo di relazione interpersonale, quindi il dialetto o la seconda lingua non devono essere imposti, né diventare motivo di angoscia, ma dovranno rappresentare per il bambino un arricchimento piacevole e naturale.
    Si ringraziano, per  aver collaborato alla raccolta delle informazioni riportate in questo articolo, la Logopedista Giulia Pivotto, il laureando in Logopedia Simone Kalman ed il Dr. Antonio Romano (Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre” LFSAG/CLIFU c/o Dip. Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne, Torino).

    Le Logopediste Gloriana La Grotteria (cell.: 3482221389) e Chiara Trucco (cell.: 3394380369)

    Per approfondire l’argomento vi invitiamo a consultare le seguenti pagine web:

    http://www.alplogopedia.it/documentazione_al/10%20regole%20in%20plurilingue%20-%20Cattaneo%20Gisoldi%20Ramella






     


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